Sessualità e Disabilità: Un libro la racconta

20/04/2017

Barbara GarlaschelliLa vita di Barbara è cambiata all’improvviso a poco più di quindici anni, quando per un tuffo in acqua troppo bassa è rimasta tetraplegica. Quindici anni è l’età delle prime cotte, delle prime schermaglie, dei batticuori. E del sesso. Di tutte le perdite che l’incidente ha portato con sé, la più insopportabile è proprio il pensiero di restare vergine per sempre. Vergine non solo nel corpo, ma di esperienze, di vita, di sbagli, di successi, di fallimenti, di viaggi, di sole. Una storia che è diventata un libro: “Non volevo morire vergine” edito da Piemme. L’autrice e protagonista, Barbara Garlaschelli, ne ha parlato dettagliatamente nel corso del programma Genetica Oggi, su Radio Cusano Campus.

 

Un “maledetto tuffo” che cambia la sua vita in un secondo. Cos’è successo quel giorno?

E’ successo qualcosa di molto banale: Ero al mare, presi la rincorsa per entrare in acqua, mi tuffai e la mia testa battè contro un sasso sul fondo del mare. E’ così che mi sono lesa la quinta vertebra cervicale. La lesione ha compromesso gran parte della capacità motoria e sensoriale del mio corpo, soprattutto nei primi mesi dove sono rimasta assolutamente immobile, muovevo solo gli occhi e non sapevo nemmeno quanto avrei recuperato del mio corpo, della mia mobilità. Avevo 15 anni, un età molto particolare perché si è nella piena adolescenza, si sta per diventare donne e il mio percorso è stato bruscamente interrotto. Ma non volevo rinunciare a niente della mia vita, volevo viverla intensamente. Volevo realizzare tutto quello che era nella mia testa prima di farmi male. Ho sempre avuto delle idee molto precise rispetto a me stessa.

“Non volevo morire vergine” Un titolo che guarda ad una verginità non solo sessuale ma anche esperienziale?

Esattamente questo. Devo dire grazie ai miei genitori che mi hanno supportata e non mi hanno abbandonata mai e mi hanno sempre stimolata a non mollare. Sono riuscita grazie a loro a non perdere l’anno di scuola, nonostante 10 lunghi mesi di degenza in ospedale. E poi un supporto che è durato anche dopo. Sono riuscita a diplomarmi e poi a laurearmi, ho viaggiato, mi sono sposata, sono diventata una scrittrice. Ho cercato di vivere al meglio delle mie possibilità, con quello che potevo, tutto quello che mi capitava. Restava però questa grande parte della mia vita legata alla sessualità e all’affettività. Ecco questa è rimasta congelata per moltissimo tempo.

Una sessualità poi vissuta, come racconta nel libro. Si parla molto poco di disabilità e sesso nel nostro paese

In Italia si parla pochissimo di questo tema e poco di sessualità in generale. Nel libro ne parlo di sessualità e di disabilità fisica ma ogni persona è un mondo a se, io racconto la mia storia perché solo della mia posso rispondere in prima persona, anche se so che ci sono dei punti comuni. Mi arrivano messaggi da persone che non hanno una visibile disabilità fisica ma in realtà la percezione nel modo in cui viviamo il nostro corpo e la nostra sessualità è una percezione molto complessa e contorta e non serena.

Suo marito come ha vissuto l’uscita del libro?

Gli ho detto che volevo pubblicare un libro, spiegandogli quello che avrei scritto, e gli ho chiesto se fosse d’accordo, ovviamente era una domanda retorica perché lo avrei pubblicato lo stesso (ride nda). Lui, che è un uomo molto intelligente, mi ha detto che dovevo pubblicarlo! E’ un compagno meraviglioso ed è uno degli uomini di cui parlo e che ne esce meglio perché fra i tanti incontri che ho fatto nella mia vita di stupidi ne ho incontrati abbastanza come tutti e come tutte.

Andrea Lupoli

 

ASCOLTA QUI L’INTERVISTA COMPLETA A BARBARA GARLASCHELLI

 

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