La depressione può causare l’infarto

15/02/2016

depressione infartoPuò la depressione entrare a far parte dei fattori di rischio dell’infarto miocardico? Probabilmente si, una recente ricerca infatti, condotta dal Centro Cardiologico Monzino e appena pubblicata sullo European Heart Journal, accende i riflettori sul legame tra depressione e infarto miocardico. Ne ha parlato la Prof.ssa Elena Tremoli, Direttore Scientifico dell’IRCCS Centro Cardiologico Monzino, fra le curatrici della ricerca, intervenuta durante la diretta del programma Genetica Oggi su Radio Cusano Campus, la radio dell’Università Niccolò Cusano.

Prof.ssa Tremoli, l’attenzione sulla depressione è sempre stata alta. Ma quali risultati avete ottenuto grazie a questa ricerca?

Siamo stati particolarmente interessati da tutti i risultati provenienti dalla letteratura scientifica che ci dicevano come la depressione oggi potesse essere annoverata fra i fattori di rischio di malattia cardiovascolare esattamente come altri fattori a noi molto più noti come: diabete, ipertensione, fumo di sigaretta o ipercolesterolemia. La domanda che ci siamo posti è stata quale potesse essere il fattore che unisce alla depressione un infarto cardiaco. Abbiamo visto che le piastrine, già coinvolte nel processo trombotico che causa l’infarto miocardico, sono fra le cellule più ricche di un fattore neurotrofico associato alla depressione e che è chiamato “Bdnf”. Questa neurotrofica è stata studiata per anni da chi si occupa di depressione ma non da chi si occupa di malattie cardiovascolari. Il fatto che si formasse in queste cellule (piastrine) che portano ad eventi cardiovascolari ha acceso la nostra attenzione.

La depressione dunque fra i fattori di rischio per l’infarto del miocardio. Possiamo ipotizzare che anche in altre patologie cardiovascolari possa giocare un ruolo importante?

Non abbiamo potuto testarlo. E’ uno degli studi che dovremmo fare considerando che questo che abbiamo fatto è fra i primi studi al mondo in questo settore. Chiaramente ci si è aperto un intero programma di ricerca che dovremmo sviluppare negli anni con competenze diverse, coinvolgendo vari specialisti non solo cardiologi ma anche psicologi per esempio.

Andrea Lupoli

ASCOLTA QUI L’INTERVISTA COMPLETA

dona adesso universita on line
condividi su facebook condividi su twitter condividi su linkedin condividi su youtube RSS Feed