Distruggere le cellule malate preservando quelle sane usando il calore, o il freddo, come un bisturi. Il futuro dell’oncologia si chiama “Termoablazione” ed è in realtà una tecnica nota da oltre 25 anni. Le moderne tecnologie hanno però migliorato tale tecnica rendendola efficace anche contro le metastasti. La termoablazione, a parte casi specifici come l’epatocarcinoma primario – ha raccontato il Prof. Bruno Vincenzi, Professore associato di oncologia presso il Policlinico Universitario Campus Bio-Medico durante una sua intervista a Radio Cusano Campus nel corso del programma Genetica Oggi – non è sostitutiva, ma complementare alla chirurgia tradizionale e ai trattamenti medici, ed ha indicazioni ben precise, come il volume, il numero e la localizzazione delle lesioni tumorali. Per questo motivo è fondamentale che il paziente sia preso in carico da un team multidisciplinare con medici che hanno maturato una forte esperienza sul campo e che hanno la capacità di identificare il profilo del paziente ideale da sottoporre al trattamento stesso. L’importante è, infatti, definire l’appropriatezza terapeutica: capire, cioè, qual è il paziente giusto e il momento giusto per eseguire questa procedura.” Gli fa eco il Prof. Rosario Francesco Grasso, Responsabile della UOS Radiologia Interventistica del Policlinico Universitario Campus Bio-Medico

“A seconda della tipologia del paziente – ha aggiunto Grasso – possiamo porci differenti finalità. Una è sicuramente quella ‘curativa’, quando si riesce ad eliminare la lesione (generalmente unica e sola), un’altra è denominata ‘citoriduttiva’, eseguita su una massa tumorale importante, sia in una singola lesione, sia in lesioni multiple, al fine di agevolare l’efficacia della terapia farmacologica. E poi c’è quella ‘palliativa’, quando si vuole migliorare la sintomatologia della malattia e, di conseguenza, la qualità di vita del paziente. Non dimentichiamo, infatti, che il 20% dei pazienti con dolore oncologico ha un problema irrisolto e che anche nei centri di radioterapia a più elevata tecnologia la percentuale di pazienti che non risponde alla terapia radiante a scopo antalgico è sempre del 20%. E’ importante che il paziente e l’opinione pubblica siano consapevoli del fatto che stiamo parlando di una metodica consolidata, recepita dalle Linee Guida delle Società Scientifiche nazionali ed internazionali, con una robusta letteratura scientifica che ne sostiene l’efficacia e la sicurezzaha concluso il Professor Grasso – Si tratta di procedure dove gli Italiani hanno avuto un ruolo ‘pionieristico’. Il nostro Paese, vanta, infatti, Centri all’avanguardia, come il Policlinico Universitario Campus Bio – Medico di Roma, che è diventato un vero e proprio polo di riferimento per il centro-sud.”

Andrea Lupoli

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